Quando si smette di “giocare”

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Vi è mai capitato di andare a seguire qualche partita di calcio tra “pulcini” o qualche gara di nuoto e sentire esultare familiari e genitori quasi come se a gareggiare fossero loro?
Qual è il rischio che più si corre quando il proprio figlio bravo e talentuoso comincia ad entrare in un meccanismo sportivo “più grande di lui?”. Sicuramente entrare a far parte di una società sportiva permette al bambino di cominciare a conoscere e rispettare determinate regole e di socializzare, ma c’è una cosa che non va mai dimenticata e cioè che i bambini, in quanto tali, hanno soprattutto bisogno di correre, saltare, divertirsi, godere del loro sforzo, stare insieme ed imparare a condividere gli obiettivi con i loro compagni, se si tratta di uno sport di squadra, oppure con l’intero team se si tratta di uno sport individuale.
L’aspetto ludico nello sport è fondamentale per poter ottenere risultati non in termini di vittoria sul campo, ma risultati morali, mentali, di crescita armonica e di sviluppo dell’intelligenza motoria. Il bambino ama giocare e DEVE giocare. Ha diritto di crescere all’aperto, in una libertà che è difficile trovare nei piccoli spazi dei cortili condominiali, soprattutto in città. Ha bisogno di esprimere la sua creatività che a volte non trova modo di esprimere a casa e persino a scuola per mancanza di tempo.
Il sostegno da parte dell’allenatore, sempre attento ai bisogni del piccolo “campione”, è essenziale per far affrontare al bambino la cosiddetta frustrazione della sconfitta, ma un altro compito molto importante è quello di riuscire a far gestire al bambino il nostro istinto primario, che nel mondo dello sport viene finalmente espresso, ossia l’aggressività.
Quando il bambino comincia a portare a casa vittorie su vittorie ecco che molto spesso le aspettative dei genitori diventano sempre più grandi, così come quelle dello staff e delle società sportive. Il discorso inizia a cambiare e si entra in quel fenomeno definito campionismo.
E’ importante non perdere mai di vista lo spazio del bambino, il suo talento, senza pretendere però nulla di più di quello che può dare al momento, senza “stargli addosso” caricandolo di numerose responsabilità che magari fa fatica a sopportare. Non si deve confondere ciò che è lui con ciò che noi non siamo riusciti ad essere. E’ un gioco e deve rimanere tale.
Invece spesso cosa accade? Il desiderio, da parte soprattutto dei genitori, di scoprire il talento quando forse il terreno non è ancora molto maturo, prende il sopravvento.
Il bambino inizia a sentire la forte pressione da parte degli sponsor e da tutto ciò che circonda quel mondo, tende a voler raggiungere a tutti i costi quel posto importante sul podio e questo cosa comporta? Soprattutto se si è troppo piccoli può portare a sbalzi d’umore, isolamento, il bambino tenderà a considerarsi diverso o anche migliore degli altri suoi compagni e amici, potrebbe aumentare il livello d’ansia pre-agonistica, ma soprattutto subentrerà quella paura che da piccoli non dovrebbe proprio esistere: la paura di fallire.
Qualche calcio alla palla, gli scherzi tra compagni, la maglietta nuova che ti dà la sensazione di appartenere a un gruppo, che ti fa sentire parte di una squadra, di un qualcosa di importante; un occhiolino da parte dell’allenatore, gli abbracci, una mano importante sulla spalla, gli sguardi di intesa con i compagni, la pizza a fine partita, poco importa come sia finito il match, queste sono le cose che interessano ad un bambino, non dimentichiamocele per dare spazio ad altri interessi, ai nostri interessi.
Abbandoniamo l’idea che vincere sia soltanto arrivare primi a tutti i costi, salire sul podio, alzare la coppa; vincere vuol dire anche migliorarsi, essere felici dei miglioramenti dal punto di vista tecnico e di prestazione, vuol dire stringere una nuova amicizia, vuol dire iniziare a farsi avanti, dire la propria opinione senza paura, vuol dire non smettere mai di giocare, imparando a mettersi sempre in gioco.

Claudia Colombo
Psicologa – Mental Trainer

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